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Critica al libro di poesie “Folle Sinfonia”

Carmelo Cavallaro scrive:

“Giuseppe Marino ha la poesia nel cuore. La poesia che plasma duramente il suo temperamento e che lo eleva alle vette della bontà, nelle trasparenze umane della missione medica con la quale sa lenire tante sofferenze e confortare la tormentosa esasperazione degli esseri ai quali dedica la sua scienza. (…)”

Italo Carlo Sesti scrive:

“(…) L’autore, sorretto dalla sua esperienza professionale di psichiatra affronta il problema non solo come sintomo di una delle peggiori malattie individuali, ma sociale. Il suo è un discorso ricco di testimonianze vive ma anche pregnante di attualità, che offre non pochi stimoli di riflessione su uno dei temi focali della nostra società sbandata e depressa, vista come un inquietante fenomeno collettivo di generale stanchezza e di sfiducia. Un fenomeno che coinvolge sia la sfera «pubblica» che quella «privata». Ma non solo questo. C’è una speranza. E cioè che, sia gli individui sia la società contemporanea si ritrovino negli affetti, nel vivere civile,

nel piacere antico di ricevere e dare solidarietà, di inventare fermenti di aiuto e di lotta, desiderio di cambiamento di luoghi e di ritmo esistenziale.”

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Lorely Rosita Borruto scrive:

“Protagonista del libro di poesie di Giuseppe Marino è, certo, la follia, la realtà dei “senza cervello” che si

atmosfere, gli ambienti, ma è la “pietas” dell’autore che emerge, e il suo dolore cosciente che si fonde con quello tragico o grottesco, oscuro od evidente, ossessivo e improvviso degli “ospiti” dell’ospedale psichiatrico, e che spesso si nasconde nel riso o negli sberleffi o nei particolari mascheramenti, di cui si compone la verità dei folli.

Il poeta non si lascia travolgere (pur se ne è preso) dall’emozione, dai turbamenti, dai moti del sentimento, e conserva una lucidità esemplare, sicché il suo viaggio attraverso la vita, attraverso questa singolare vita, da come risultante una denuncia incisiva e sofferta della realtà degli ospedali psichiatrici, in tempi, nei quali non si pensava ancora alla loro chiusura e non si era ancora fermato il principio che il malato di mente non doveva essere più ghettizzato, ma inserito nel corpo della società e della famiglia e curato come qualsiasi altro ammalato.

Principio che si sarebbe affermato dopo oltre un decennio e che avrebbe portato all’abolizione pressoché totale degli ospedali psichiatrici.

(…) L’autore, il viaggiatore di questo particolare universo, scava con l’acume dello scienziato e con l’animo del poeta, rivelando l’inadeguatezza degli interventi pubblici, ossia l’assenza dello Stato e delle amministrazioni locali, sensibilizzando, inoltre, la pubblica opinione su un problema la cui soluzione consisteva nell’ignorare, nella finzione della sua inesistenza.

(…) Il poeta non ha altri mezzi che la parola e il cuore, e la coscienza di chi vive e condivide, ma bastano perché ci dicasnoda e si esplica attraverso le parole, i luoghi, le

no che l’uomo pur nella devastazione pur nella cenere spenta della sua fiamma, ha il diritto alla dignità e alla vita, al suo posto nell’umanità, e si serve di queste testimonianze vive, per farci comprendere che nella società contemporanea, carica di problemi, spesso insolubili, e stretta nella morsa della violenza e dell’indifferenza, la salvezza di tutti, non soltanto dei folli, risiede nella nostra capacità di amare, nella solidarietà, data e ricevuta, nella spontaneità di un sorriso, nel piangere per “L’altro”, che non è un estraneo, ma uno di noi, forse noi stessi e nella volontà di modificare situazioni stagnanti, di inventare la vita, di rendere, anche il sacrificio e la rinuncia ai nostri egoismi, più vivibile la vita. (…)”

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