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Il tormento di Glauco nell’incanto di Scilla rivive in un ritorno di leggenda

Reggio, intorpidita e sonnolenta, sognava, quel giorno, nella siesta pomeridiana, la sua Fata Morgana.
La costa tirrenica ci invitava con tutta la sua prepo­tente e multiforme bellezza.
Non aspettammo che la città si svegliasse dal suo sogno e continuammo.
Gli aranci cedevano il posto alle viti, le case agli scogli, le industrie al paesaggio, il profumo alla salsedine.
Dopo Punta Pezzo, sotto le Cinque Croci, ci fermammo.
Inebriati ed incantati.
Uno spettacolo d’arte pittorica: il sole indorava i con­torni di un panorama stupendo, scalpellava zone di om­bre mentre fra le due sponde dello Stretto spruzzava, in pulviscolo denso, infinite particelle di luce.
Severo, all’ombra delle Croci, tra il mare e la monta­gna, il cantore di Glauco, immobile, riviveva il fascino del­l’ora che «volge al desio e ai naviganti intenerisce il core».
Altri ancora, attratti dal paesaggio, si fermano.
L’occhio si posa sulla lunga ombra dei boschi proietta­ta sul mare, si adagia sulla selvaggia ed ischeletrita poesia delle montagne.
Giù in fondo, la nuda prospettiva di roccie piene di muschio e di sale si unisce all’acre profumo di salsedine che sale da antiche case disposte tra un disordine di vicoli e la malcelata pericolosità di vecchie chiese.
A destra, in una cornice naturale una cartolina dise­gnata a matita: la testa, il corpo ed un’ala di aquila a pic­chiata sul mare.
Dall’alto però l’aquila appare in tutta la prestanza delle sue forme anatomiche; e da buon rapace s’impadronisce di un mito, s’ammanta di leggenda e acquista il nome di una sirena innamorata di un sogno : Scilla!!!
Scilla, paese d’incanto, fatto di case e di scogli sui qua­li vibra perenne la carezza indefinita o a volte l’iracondo incalzare e schiaffeggiare di una onda senza nome e senza misura.
Intanto il mare leggermente sembrava incupirsi. –     Tra giorno e notte.
S’incupiva senza onde, senza merletti, senza ira in un soffio irreale impercettibile, vano.
Le luci, quasi misteriosamente comandate, s’accende­vano ad una ad una, nelle strade, nei vicoli.
Nelle case finestre antiche e nuove s’imbrillavano di luce eguale.
La poesia del presepe s’ammantava del mistero di Scil­la sognando fra barche disperse sulla spiaggia e desideri sparsi nell’aria, fra mura antiche e leggendarie favole, fra il lampeggiare delle rosse luci di Punta Pezzo e Punta Faro.
In questo giuoco di luci e di ombre, di nuovo e di an­tico, di mistero e di sogno, l’anima affascinata rivive il dramma di Glauco, fragile nel tempo, eterno nel mito.

* * *

Ormai le Eolie e le Lipari; Stromboli e Vulcano sono ombre sul mare.
Nell’aria scura vibra, sovrumano, la leggenda di Glauco e di Scilla: leggenda d’amore e di morte.
Leggenda che nacque da un tormento, che visse nella ansia, che sfiorì nella angoscia per colorirsi poi di luce e di eterno.
Divina questa metamorfosi del tormento umano di Glauco!
Circe, la maga, lo vede e le adescatrici moderne hanno avuto la loro prima antenata.
E Glauco resìstè.
Si aggira tra forre e cespugli, si rifugia nell’alveo di Antedone, suo padre, e la maga lo insegue, lo tortura, lo ammalia.
Vuoi fare di lui quel che fece di Ulisse dal multiforme ingegno.
E il desiderio diventa brama e la lussuria passione vio­lenta incontrollabile ormai, possente e furibonda.
Ma Glauco pur avendo un corpo bellissimo possiede una anima dolce che si chiama Scilla.
E Scilla veglia, sussulta, trepida.
Circe infuria: come una tormenta: ai suoi mille desi­deri insani aggiunge anche questo: vuole almeno il corpo di Glauco.
L’idillio degli amanti incomincia a tingersi di rosso e a contornarsi di ombre.
Glauco e Scilla vivono d’istanti; si avvolgono colla lo­ro luminosa e casta nudità nella grande conchiglia a ridos­so della roccia: ai piedi l’acqua, inconscia, lambisce i loro sogni e riporta ancora una volta la violenza della passione di Circe che è là, con la sua lussuria e la sua ira.
Ma Glauco stavolta non fugge.
Il tormento è ormai ridimensionato.
Scilla o Circe?
Il tormento diventa ansia.
L’anima o il corpo?
L’ansia si tramuta in angoscia.
Lo spirito o la carne?
La maliarda o l’umile pastorella figlia di Crateia?
Streghe e tritoni vivono al largo il grandioso dramma di Glauco.
E la grande roccia fa da palcoscenico solenne agli atto­ri di questa tormentata tragedia.
Intorno il mare non ha più onde : Nettuno gli ha lascia­to soltanto un’ombra di azzurro e i riflessi del cielo.
Il dramma precipita violento verso l’inquadratura finale.
Glauco ha strappato un corno al dilemma e Circe fugge invelenita, avvelenando le acque.
Esultano le streghe ed i tritoni.
Antedone gorgoglia soddisfatto.
Il mare s’increspa di felicità.
Ma le sequenze rosa son fatte di istanti.
L’urlo straziante ed inumano di Glauco davanti al cor­po inanimato di Scilla riporta tutto nella violenza del dramma.
E i flutti avvelenati da Circe coprono, sudario di mor­te, la passione di due amanti.

. Gli dei udirono l’urlo ed ebbero pietà.
E la morte di Glauco e Scilla che Circe volle, si tra­sformò in trionfo.
Un banale e umano episodio d’amore divenne mito, si consacrò leggenda.
E l’Olimpo ebbe un altro dio e il mare una ninfa bel­lissima.

* * *

E’ notte.
Uno spicchio di luna arancione vaga nel cielo.
Tra mille mondi e mille stelle.
Il mare si vede non si sente.
Rivive forse in un ritorno di leggenda, il tormento di Glauco.
Sulla strada una donna invita un passante.
Il viandante fugge.
E Circe adescatrice antica freme fra i veli del mito.
Gli scogli intanto geminati nel mare, attendono la ca­rezza dell’onda.
Quell’onda su cui veglia pieno di sonno e di malinco­nia un antico castello, testa di un paese dalle forme di aquila.